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La ” I ” di Indie

C’era una volta,

una comunità di persone incazzate.

 

Siamo negli Stati Uniti d’America e sono gli anni Ottanta: la politica è cattiva, il denaro sembra tutto. Il terreno è scivoloso. E la musica, come sempre accade, rappresenta la prima forma d’arte in grado di registrare, prima delle altre, il malcontento. Sono gli anni di gloria dell’indie-rock americano.

 

La protesta, fatta per mezzo di suoni di chitarre e voci al microfono, si muove in maniera alquanto insolita, quasi silenziosa, capace di raccogliere consensi solo da coloro che la voglia di cambiamento la desiderano davvero. Do it yourself, fallo da te, urlano i pionieri nelle orecchie di chi è capace ad ascoltare. Muoversi da soli, essere indipendenti, sfrontanti, illogici, verso un ideale che si allontani il più possibile dai contenuti conservatori della classe dirigente.

Non si trattava di un genere musicale definito: la varietà trovava come punto comune il rifiuto dell’utilizzo di uno dei colossi dell’industria musicale nella distribuzione dei propri pezzi. Indipendenti non lo si era quindi solo attraverso il suono, lo si era nell’idea che le uniche cose importanti erano la qualità del prodotto e l’importanza che gli si dava.

Le band, le etichette, potevano gestirsi da sole; le major, che pur avrebbero garantito l’accesso alle grandi catene commerciali e alle popolari stazioni radio, non servivano affatto. In un senso più ampio, la ribellione contro di esse, rappresentava la metafora di una contestazione contro il sistema in generale.

L’indipendenza di giudizio, la determinazione con la quale si guardava oltre l’avida contemporaneità, abbracciava si l’ambito musicale ma non solo: la vita desiderabile era una vita modesta, quella della gente semplice, quella dove non occorreva essere il dio della chitarra per farsi ascoltare ed essere orgogliosi di quello che si faceva. Lavorare per il piacere di farlo, per mettere in scena il ritmo scalpitante dell’anima. Ci voleva coraggio. Ci voleva passione.

Una volta create le infrastrutture furono le radio, quelle dei college, ad aprire un varco fornendo un valido mezzo di trasmissione: i concerti indie potevano essere pubblicizzati, così come i dischi e l’imperativo morale di cui si facevano carico.

I consensi da parte del pubblico si fecero sempre più ampi, si stava creando un legame personale tra le band e gli ascoltatori: ci si riconosceva nei testi, perché le cose cantate erano quelle giuste, lo stile di vita proposto era alla portata di tutti; più ci si mostrava indipendenti più credibilità si aveva. Un pugno forte allo stomaco del conformismo.

 

Potremmo ripercorrere la storia di ognuna delle innumerevoli band che muovendosi a bordo di furgoncini scalcagnati tra un palco e l’altro di America e Europa, contribuirono al cambiamento di una cultura e a quello della fisionomia di una generazione; ad ogni etichetta apparteneva una estetica differente ma la fedeltà all’indipendenza le legava a doppio nodo l’una all’altra.

Avvenne così che questi coraggiosi, incredibilmente, la guerra la vinsero. Era il 24 settembre del 1991 ed una band chiamata Nirvana spodestò Michael Jackson dalla prima posizione nella classifica degli album di “Billboard”, pubblicando un disco intitolato Nervermind. Loro avevano vinto. In un’era di media esagerati, di ignoranza e superficialità, l’essere fedeli solo a se stessi e hai propri valori si era rivelata la ricetta giusta.

 

Indubbiamente questi anni non hanno cambiato il mondo, ma la vita di qualcuno certo si.

Sembra quasi impensabile oggi, dove la corsa ad essere indie si fa sempre più rocambolesca, come venticinque o trenta anni fa di questa musica non importasse assolutamente niente a nessuno. E sicuramente ci odierebbero, chi quella storia se l’è vissuta, per aver trascinato questo termine in una sequela di minchiate modaiole mentre all’epoca indicava invece tutta una serie di valori fortemente condivisi.

Certo, le eccezioni ci sono, e ci si può anche illudere che la storia si ripeta allo stesso modo. Ma il coraggio, quel coraggio, sono in pochi ad averlo incamerato e fatto proprio.

Siamo nell’era che riduce tutto al minimo comun denominatore del gusto, attratti da quell’irrealtà che vede il fare musica sotto la sola ottica di costruire palchi spaziali e show deliranti; le note vengono inghiottite da frenetici cambi di costume e luci accecanti che confondono. Non ci si preoccupa più di fare una musica che batta si nella testa ma anche nell’anima. Non vengono più pronunciate parole insolite e la novità piace fino a quando la si vede legata a qualcosa che già conosciamo. Essere alternativi quel tanto che la moda ci istruisce a farlo.

 

Siamo un po’ imbruttiti, diciamocelo.

 

E quindi proteggiamola la musica, perché non può essere questo rumore ignorante a rispecchiare una società e un Paese.

La strada per la creatività ci è stata spianata, abbiamo gli esempi, possiamo ancora sentirlo da chi lo urla nel modo giusto quel Do it yourself, basta aprire bene le orecchie e il cuore. L’indie esiste ancora, sicuramente mutato, ma sempre carico dei suoi ideali positivi. Basta una comunità che non si arrenda al troppo spesso arido presente, basta non prendere per buone le solite banalità, è sufficiente avere la certezza che il termine “diverso” non sia sinonimo di “sbagliato”.

E visto che solo la musica parla direttamente cerchiamo di immaginarci in questo senso altri mondi: una collettività, palchi poveri e nessuna somma da capogiro.

Perché non è la durezza o la rigidità dei precursori di cui dovremmo sentire necessità e mancanza, bensì il senso di comunità. “Guardateci, siamo proprio come voi: tre sfigati di provincia che ci stanno provando… perché non ci provate anche voi?”. E’ con parole come queste che i Minutemen sfoderarono al loro tempo un proclama artistico e politico che fu, come abbiamo detto, seguito da molti. Anche voi perché è insieme che si fanno le cose. E per un attimo, a volersela “cavare da soli” sembravano in tanti: diversi, ma tutti uniti.

A chi sa suonare la musica del tempo e al tempo giusto; a chi se la suona e se la canta; a quei ragazzi che scoprono la cultura attraverso le rime dei cantautori; a chi crede in se stesso e a quel qualcuno che gli da fiducia. La regola è una sola: DO IT YOURSELF.